C’è un’importante novità nel mondo dello shopping online, che interessa sia i consumatori che i gestori degli e-commerce: a partire dal 3 dicembre è entrato definitivamente in vigore il regolamento europeo relativo al geoblocking, che elimina le barriere e le restrizioni ingiustificate poste dai venditori agli utenti che, al momento dell’acquisto, vivono in uno stato estero.

Sì hai ragione, con queste poche parole il nuovo regolamento non risulta molto chiaro: in questo post cercheremo quindi di spiegare in modo più chiaro, a beneficio degli utenti e soprattutto dei gestori dei negozi online, cos’è il geoblocking, e che cosa cambia nel concreto con la sua abolizione.

 

Che cos’è il geoblocking?

Per i più questo termine non ha alcun significato noto. Del resto definire il geoblocking non è semplicissimo, in quanto esso può manifestarsi in molti modi diversi. In linea generale, però, possiamo affermare che il geoblocking consiste in un insieme di tecnologie atte a bloccare o a limitare l’accesso a un contenuto online in base alla collocazione geografica dell’utente.

Fino al 3 dicembre gli e-commerce hanno potuto utilizzare senza alcun problema e nessun rischio di sanzione queste tecniche. In alcuni casi i negozi online non accettano il pagamento con della carte di credito emesse da istituti di credito di altri Paesi europei; altre volte i consumatori domiciliati all’estero non possono registrarsi in un e-commerce, e quindi effettuarvi degli acquisti; altre volte ancora, al momento dell’acquisto su un sito estero, l’utente viene re-indirizzato alla versione ‘nazionale’ del portale di vendita, la quale spesso non presenta tutti i prodotti richiesti.

Il geoblocking, insomma, non assume un’unica forma. Ed è molto, molto diffuso – o almeno, lo era fino a qualche tempo fa. La Commissione Europea ha infatti calcolato che ben il 63% degli e-commerce non permette degli acquisti da parte di acquirenti di un altro Paese. Esistono categorie in cui questo blocco è più presente e marcato: tale ostacolo si individua infatti nel 79% dei negozi online dedicati alla vendita di dispositivi hardware, nel 73% degli e-commerce di software e nel 65% degli store online di abbigliamento e calzature.

Il nuovo regolamento sul geoblocking

Di fronte a tali numeri, la Commissione Europea, che mira ad abbattere le barriere economiche tra Stato e Stato, non poteva restare a guardare, soprattutto pensando al fatto che, nel 2018, il mercato europeo degli acquisti online è stimato a 602 miliardi di euro (si calcola dunque un 13% in più rispetto all’anno precedente). È sull’onda di queste considerazioni che è nato il regolamento 302/2018, il quale, a voler essere precisi, è in vigore già da marzo, seppur applicabile solo da pochi giorni, ovvero dal 3 dicembre.

Con questa regola si cancellano molte discriminazioni ingiustamente imposte agli utenti che vivono in altri Paesi europei, le quali di fatto finivano per azzoppare in partenza gli scambi online tra Paesi diversi. Sempre guardando ai dati di Bruxelles si scopre infatti che solamente il 19% dei consumatori fa acquisti online all’estero e, ancora peggio, solo il 9% delle aziende vende anche al di là dei propri confini nazionali. E questo è in larga parta dovuto proprio al blocco geografico, definito in molti casi legittimo, e quindi bloccato.

Con il nuovo regolamento europeo, a partire dal 3 dicembre, non potranno più esistere dei blocchi geografici riconoscibili come discriminanti. E questo – va sottolineato per tutti i gestori di e-commerce che non si sono ancora uniformati alla normativa – vale sia per i venditori online di prodotti che per i fornitori di servizi immateriali, come per esempio per le società che forniscono spazi in cloud e domini in rete.

Quand’è che si può parlare di geoblocking?

Il divieto di blocco geografico è tale ogniqualvolta ci si ritrova di fronte a una discriminazione, e quindi a un ostacolo ingiustificato alla libertà di scelta dei consumatori. I vantaggi saranno dunque grandi sia per gli utenti, che potranno fare acquisti ovunque, sia per i rivenditori online che sapranno sfruttare questa opportunità per aumentare i propri clienti, pescando anche oltreconfine.

Va sottolineato che il geoblocking non viene totalmente vietato: ancora oggi sono possibili dei ‘pseudo blocchi geografici’, ma solo nel caso in cui siano oggettivi e francamente ineliminabili. È molto spesso inevitabile, per esempio, che molte consegne all’estero prevedano dei costi extra, oppure il rispetto di regole speciali: in questi casi non si tratta di certo di discriminazione dei consumatori, ma di una vera e propria necessità..

Diversamente, il geoblocking non è giustificabile ed è dunque sanzionabile, a partire dal momento in cui è fatto per aumentare i profitti dell’e-commerce a danno degli utenti. Un esempio? Un e-commerce non può impedire la consegna fisica di un prodotto a un cliente che risiede all’estero: se quest’ultimo è disposto a organizzare in modo autonomo la consegna, non è possibile sottrarsi alla vendita. In altre parole, con questo regolamento non è stato assolutamente introdotto l’obbligo di spedire all’estero con le medesime tariffe offerte agli utenti locali: ci si è limitati a sottolineare che il destinatario estero, di per sé, non può essere usato come scusante per non spedire – e quindi per non vendere – la merce all’estero.

Allo stesso modo, un utente estero che acquista un servizio online non potrà più andare incontro a dei costi extra ingiustificati. E, come ha voluto sottolineare la Commissione, se esistono degli sconti, questi devono essere disponibili per tutti gli utenti, qualsiasi sia la loro provenienza. In questo caso il legislatore ha l’esempio della vendita online di biglietti per i parchi tematici, facendo un riferimento implicito a uno dei primi casi di geoblocking contestati, ovvero quello di Disneyworld in Francia, che applicava prezzi maggiorati per gli utenti inglesi e tedeschi che decidevano di acquistare i biglietti d’entrata online.

Ecco, dunque, in cosa consiste il geoblocking, e quali sono i cambiamenti obbligatori per legge a partire dal 3 dicembre 2018. Il tuo negozio online rispetta la nuova normativa?

 

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